28/07/2007 [PARTIGIANI] Muore Giovanni Pesce, il gappista Visone
E' morto Giovanni Pesce
La Camera ardente per la morte di Giovanni Pesce sara'
allestita lunedi' mattina alle 8 alla sala Alessi, di Palazzo Marino,
sede del comune di Milano. Alle 15, nella stessa sede, si celebreranno
i funerali.
È morto Giovanni Pesce, il gappista Visone
Wladimiro Settimelli
Come per tutti i ragazzini, le grandi imprese, il coraggio,
la determinazione, l'impugnare una pistola in pieno giorno e andare
all'attacco, richiedevano sempre un uomo grande e grosso, un eroe alto
e massaccio, senza paura
e pronto a scattare al minimo pericolo. Invece, Giovanni Pesce,
medaglia d'oro della Resistenza, comandante dei Gap - i gruppi
patriottici che attaccavano i nazisti e i repubblichini tra la gente,
per strada, sul tram o in treno - era piccolino, tranquillo,
silenzioso. Insomma, non parlava mai più del necessario e quando lo
faceva erano parole senza ostentazione, protervia o sciocche vanterie.
Quando lo aveva visto la prima volta, da ragazzo appunto, ero quasi
rimasto deluso. Poi, con il trascorrere degli anni, avevo capito e , in
più di una occasione mi ero fermato a chiacchierare con lui a lungo,
nella speranza di capirne fino in fondo la mente, il cuore, le scelte,
la paura e la tragedia: quella di dovere sparare a qualcuno, per
strada, senza battere ciglio.
L'altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a
casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia
«Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l'unica a poterlo
avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione
nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista
d'Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata
al lavoro e alla sofferenza.
La biografia di Giovanni ha dell'incredibile. Quando lui raccontava di
quella sua vita complicata e diversa dal solito, potevi stare ore ad
ascoltarlo. Era nato nel 1918 a Visone D'Acqui, in provincia di
Alessandria. Il padre, presto, molto presto, era stato costretto ad
andarsene da casa e ad emigrare in Francia con tutta la famiglia. I
fascisti non davano tregua. Erano finiti in un paesetto con le miniere
e Giovanni, nella piccola vineria aperta dal padre, trascorreva ore e
ore con «musi neri». A volte, qualcuno finiva lo stipendio cercando di
soffocare nel bere la miseria e la nostalgia. Ecco Pesce, ascoltava
sempre quei minatori e da loro imparava e capiva. Poi, anche lui, a
quattordici anni, era finito giù nelle gallerie per quattro soldi.
Il giorno che l'Italia fascista aveva attaccato la Francia ormai messa
alle corde dai nazisti, lo avevano trasferito in un campo di prigionia.
Poi il rientro, da solo, a Visone. Una spiata lo aveva fatto finire in
carcere e poi al confino di Ventotene , dove aveva conosciuto Pertini,
Terracini e tanti, tanti altri compagni.
Nel 1943, con il crollo del fascismo, «Visone» era tornato di nuovo a
casa. Poi, il partito lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino.
Ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe, più tardi, affrontato a
Milano. Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi
fabbriche perché fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai.
Centinaia di loro venivano, tra l'altro, trasferiti nei campi di
sterminio. E guai a protestare o scioperare. C'erano, tra gli addetti
alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano
la spia. O personaggi che, per una manciata di soldi e qualche chilo di
sale (che Italia terribile e piena di odio e di terrore in quel '43,
'44 e '45) erano disposti a vendere chiunque. C'era bisogna, dunque, di
una azione forte che facesse sentire agli operai che la Resistenza
pensava a loro e alla loro protezione. Giovanni Pesce, dal nulla, aveva
imparato a sparare, Non solo: portava sempre addosso due pistole, non
una sola. Ed era diventato uno che non sbagliava mai un colpo. Viveva
isolato in un microscopico appartamento e usciva soltanto per l'attacco
improvviso e per incontrare altri due o tre compagni dei Gap. Ma quando
entrava in azione era sempre solo: non si fidava di nessuno.
In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e
lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai
compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti
nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c'era. Ma io ero
stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta
successiva, dopo alcune esitazioni, era partito deciso ad assolvere
all'incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo
colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo
ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo
letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto
che stava mettendo la mano alla pistola. Allora avevo fatto fuoco tre o
quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta.
Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di
tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati».
Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva
risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva
aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato
gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo
liquidato. Ci siamo sfioranti e ognuno e andato per conto proprio.
Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia
più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il
cuore».
Nella motivazione della medaglia d'oro, si ricorda che «Visone» era
stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai
nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un
pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assalto
«Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti,
nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di
repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie.
Nel 1945, a Milano, nei giorni della Liberazione, era stato affrontato
da un gruppo di ragazzini con il fazzoletto rosso al collo che avevano
gridato: «Comodo aspettare che i partigiani ti liberino. Comunque, puoi
uscire dalla cantina dove ti eri rintanato come un topo». Lui non aveva
risposto, ma aveva sorriso appena, appena per poi girare oltre l'angolo.
Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l'hai fatta. Un abbraccio.
Nato a Visone d'Acqui (Alessandria) nel 1918. Era ancora un bambino
quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già
al lavoro in una miniera della Grand'Combe, la zona mineraria delle
Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì nel '35 al Partito comunista e
divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a
Parigi di Dolores Ibarruri, la "Pasionaria", a convincerlo della
necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra
civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di
Franco. Nel '36 fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati
nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza,
nella battaglia di Brunete e al passaggio dell'Ebro, porta ancora nel
corpo le schegge della ferita più grave. Rientrato in Italia nel 1940,
Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Liberato
nell'agosto del '43, nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei
G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla
Liberazione il comando del 3° G.A.P. "Rubini". Proclamato "eroe
nazionale" dal comando delle brigate "Garibaldi", nel dopoguerra venne
decorato di medaglia d'oro al valor partigiano.
Nella motivazione della Medaglia d'oro al valor militare concessa a
"Visone" (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra
l'altro "Ferito ad una gamba in un'audace e rischiosa impresa contro la
radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e
fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in
salvo un compagno gravemente ferito.In pieno giorno nel cuore della
città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli
abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto
dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente
un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui,
riuscendo a porsi in salvo incolume.". Dal 1951 al 1964 ha
rappresentato il PCI nel Consiglio comunale di Milano.
Giovanni Pesce è, dalla costituzione dell'A.N.P.I., membro del suo
Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza,
basti ricordare i suoi "Un garibaldino in Spagna" del 1955 e "Senza
tregua - La guerra dei G.A.P." del 1967.
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