27/08/2007 [L'AQUILA] Ennessima Aggressione Fascista

 

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 Aggressione Fascista a L'Aquila

L’Aquila, 27 Agosto ore 23.30 circa.

Si è verificato lunedì sera ai danni questa volta di un passante lungo Via Accursio, l’ ennesimo atto di violenza per mano del solito gruppo di estrema destra già protagonista il 30 Giugno della tentata aggressione al Parco del Sole.
“Oltre una decina di ragazzi sono usciti dal locale “Black Lucifer” sito in Via Navelli e mi sono venuti incontro. Avevano sui giubbetti toppe con svastiche, croci celtiche e stemmi inneggianti il nazismo. Tra questi ho potuto riconoscere Simone Laurenzi, presidente della sezione giovanile di Fiamma Tricolore. Dalle loro facce e i loro slogan fascisti ho subito capito che non avevano intenzione di lasciarmi stare, così mi hanno accerchiato e spintonato fino a colpirmi con una catena in testa. Non ho potuto fare nulla, ero da solo”. Questo quanto ci racconta l’aggredito e quanto si può leggere nel referto dei carabinieri subito intervenuti dopo essere stati chiamati da un passante impressionato dal sangue che il ragazzo perdeva dalla testa. Il resto si racconta da sé.
Ore d’inferno, tanta paura, ambulanza, pronto soccorso, quattro punti in testa e la prescrizione per una lastra, poi la deposizione rilasciata al 113 che qui abbiamo sintetizzato.
Tutta piazza palazzo alla notizia dell’aggressione ha dimostrato grande solidarietà all’aggredito stringendosi attorno a lui e ai suoi amici.
Lo spaziolibero 51 e tutte le altre realtà della sinistra aquilana antifascista in un breve comunicato chiedono che “si faccia giustizia e si metta fine a questo clima di violenza delinquenziale che la destra sociale aquilana sta alimentando in città. Unanime la volontà di “individuare come co-responsabili, chi nel partito di Fiamma Tricolore continua a dare agibilità politica sul territorio a questi criminali di destra, diventando complice dei loro reati e delle loro violenze”. 
RIPORTIAMO QUI DI SEGUITO ANCHE L'ACCADUTO AI COMPAGNI DI VILLA ADA
Roma, raid fascista durante concerto
tre feriti, un carabiniere contuso - Tre ragazzi feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. Questo il bilancio della notte di paura vissuta al termine di un concerto della Banda Bassotti nel parco di Villa Ada, a Roma. Una spedizione punitiva, compiuta da militanti - circa 150, raccontano i testimoni - del movimento di estrema destra "Forza Nuova", che si sono presentati in colonna gridando "Duce! Duce!", con i volti coperti da caschi, armati di bastoni, catene e coltelli. A farne le spese sono stati tre ragazzi. Fra questi, uno è stato colpito da un'arma da taglio, l'altro ferito al capo. Numerose le persone sotto shock: nel parco c'erano anche famiglie con bambini. La Banda Bassotti, storica formazione del "combat rock" romano, è nota per l'impegno sociale e la militanza politica di sinistra.

A raccontare la dinamica dell'accaduto, a Repubblica Tv, è Luca Bracci, direttore artistico di "Roma incontra il mondo", manifestazione dell'Estate Romana nell'ambito della quale si è esibita la Banda Bassotti. "Il concerto era finito, quattrocento persone se n'erano già andate, quando mi hanno chiamato i membri della band, che stavano salendo in macchina su via Salaria. Mi hanno detto che stava arrivando una colonna di fascisti, alcuni con il coltello in mano".

"Ci siamo sbrigati, siamo riusciti appena in tempo a chiudere il cancello interno - spiega Bracci - ma quelli, arrivati all'ingresso, hanno cominciato a lanciare petardi e bombe carta, inneggiando al Duce e gridando slogan fascisti. All'interno si è creato il panico, l'area non è grande, c'erano ancora circa mille persone".
Poi, i fascisti si sono allontanati, i cancelli sono stati riaperti e qualcuno ha iniziato a uscire. A quel punto gli aggressori sono passati all'attacco, che è andato avanti per almeno mezzora. I carabinieri sono intervenuti immediatamente ma hanno faticato per riportare la calma. "Erano agguerriti, è chiaro - spiega ancora Bracci - che si è trattato di un'aggressione organizzata, in una zona dove sono presenti numerosi covi di estrema destra: già in passato sono comparse scritte antisemite sui negozi di Viale Libia e Viale Somalia".

La manifestazione "Roma incontra il mondo" è iniziata da dieci giorni, "e già tre volte - racconta l'organizzatore - erano state gravemente danneggiate le macchine degli spettatori, vetri rotti, gomme bucate. tant'è vero che proprio ieri sera erano venuti due ispettori della polizia per cercare di capire come mettere riparo alla situazione. Poi, visto che era tutto tranquillo, verso mezzanotte se n'erano andati".

Scopa, il chitarrista della Banda Bassotti, è convinto che l'obiettivo fosse proprio la band: "Sapevamo di venire in una zona un po' a rischio, per questo siamo usciti velocemente. Gli aggressori cercavano noi, speciificamente. Perché con la nostra musica teniamo alta la cultura antifascista", ha detto ai microfoni di BBS Popolare Network.

Quanto accaduto è di "incredibile gravità", ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni: "Gruppi di teppisti armati di spranghe e bombe-carta, nascosti nell'ombra all'uscita e al grido di 'Viva il Duce' hanno premeditatamente aggredito ragazze e ragazzi. Fatti del genere non debbono accadere in questa città. Va evitato in ogni modo che chiunque accenda spirali di violenza". Veltroni si augura che "le forze dell'ordine riescano a individuare i colpevoli dell'aggressione e ad assicurarli immediatamente alla giustizia, e che "da parte di tutte le forze politiche giunga subito una nettissima e inequivocabile condanna verso queste forme di delinquenza e violenza". Si è trattato infatti, aggiunge, di "un episodio gravissimo. Sono andati lì per fare molto male. Ho chiesto che chi è stato responsabile sia assicurato alla giustizia: quello che è successo è quanto di più lontano allo spirito di questa città".

"Ferma condanna" dal presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che sottolinea "il dovere di isolare chi vuole riportare a un passato che i romani hanno superato da anni". Di "sconcerto" parla il presidente della federazione romana di Alleanza nazionale, Gianni Alemanno: "Un fatto preoccupante, che rischia di rinnescare una spirale di violenza tra i giovani. Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi episodi delinquenziali assumano valenza politica".
nj

28/07/2007 [PARTIGIANI] Muore Giovanni Pesce, il gappista Visone

 

partigiani

 

      E' morto Giovanni Pesce

            La Camera ardente per la morte di Giovanni Pesce sara' allestita lunedi' mattina alle 8 alla sala Alessi, di Palazzo Marino, sede del comune di Milano. Alle 15, nella stessa sede, si celebreranno i funerali.

            È morto Giovanni Pesce, il gappista Visone
            Wladimiro Settimelli

            Come per tutti i ragazzini, le grandi imprese, il coraggio, la determinazione, l'impugnare una pistola in pieno giorno e andare all'attacco, richiedevano sempre un uomo grande e grosso, un eroe alto e massaccio, senza paura

e pronto a scattare al minimo pericolo. Invece, Giovanni Pesce, medaglia d'oro della Resistenza, comandante dei Gap - i gruppi patriottici che attaccavano i nazisti e i repubblichini tra la gente, per strada, sul tram o in treno - era piccolino, tranquillo, silenzioso. Insomma, non parlava mai più del necessario e quando lo faceva erano parole senza ostentazione, protervia o sciocche vanterie. Quando lo aveva visto la prima volta, da ragazzo appunto, ero quasi rimasto deluso. Poi, con il trascorrere degli anni, avevo capito e , in più di una occasione mi ero fermato a chiacchierare con lui a lungo, nella speranza di capirne fino in fondo la mente, il cuore, le scelte, la paura e la tragedia: quella di dovere sparare a qualcuno, per strada, senza battere ciglio.

L'altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia «Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l'unica a poterlo avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista d'Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata al lavoro e alla sofferenza.

La biografia di Giovanni ha dell'incredibile. Quando lui raccontava di quella sua vita complicata e diversa dal solito, potevi stare ore ad ascoltarlo. Era nato nel 1918 a Visone D'Acqui, in provincia di Alessandria. Il padre, presto, molto presto, era stato costretto ad andarsene da casa e ad emigrare in Francia con tutta la famiglia. I fascisti non davano tregua. Erano finiti in un paesetto con le miniere e Giovanni, nella piccola vineria aperta dal padre, trascorreva ore e ore con «musi neri». A volte, qualcuno finiva lo stipendio cercando di soffocare nel bere la miseria e la nostalgia. Ecco Pesce, ascoltava sempre quei minatori e da loro imparava e capiva. Poi, anche lui, a quattordici anni, era finito giù nelle gallerie per quattro soldi.

Il giorno che l'Italia fascista aveva attaccato la Francia ormai messa alle corde dai nazisti, lo avevano trasferito in un campo di prigionia. Poi il rientro, da solo, a Visone. Una spiata lo aveva fatto finire in carcere e poi al confino di Ventotene , dove aveva conosciuto Pertini, Terracini e tanti, tanti altri compagni.

Nel 1943, con il crollo del fascismo, «Visone» era tornato di nuovo a casa. Poi, il partito lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino. Ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe, più tardi, affrontato a Milano. Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi fabbriche perché fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai. Centinaia di loro venivano, tra l'altro, trasferiti nei campi di sterminio. E guai a protestare o scioperare. C'erano, tra gli addetti alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano la spia. O personaggi che, per una manciata di soldi e qualche chilo di sale (che Italia terribile e piena di odio e di terrore in quel '43, '44 e '45) erano disposti a vendere chiunque. C'era bisogna, dunque, di una azione forte che facesse sentire agli operai che la Resistenza pensava a loro e alla loro protezione. Giovanni Pesce, dal nulla, aveva imparato a sparare, Non solo: portava sempre addosso due pistole, non una sola. Ed era diventato uno che non sbagliava mai un colpo. Viveva isolato in un microscopico appartamento e usciva soltanto per l'attacco improvviso e per incontrare altri due o tre compagni dei Gap. Ma quando entrava in azione era sempre solo: non si fidava di nessuno.

In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c'era. Ma io ero stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta successiva, dopo alcune esitazioni, era partito deciso ad assolvere all'incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto che stava mettendo la mano alla pistola. Allora avevo fatto fuoco tre o quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta. Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati».

Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo liquidato. Ci siamo sfioranti e ognuno e andato per conto proprio. Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il cuore».

Nella motivazione della medaglia d'oro, si ricorda che «Visone» era stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assalto «Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti, nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie.

Nel 1945, a Milano, nei giorni della Liberazione, era stato affrontato da un gruppo di ragazzini con il fazzoletto rosso al collo che avevano gridato: «Comodo aspettare che i partigiani ti liberino. Comunque, puoi uscire dalla cantina dove ti eri rintanato come un topo». Lui non aveva risposto, ma aveva sorriso appena, appena per poi girare oltre l'angolo.

Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l'hai fatta. Un abbraccio.

Nato a Visone d'Acqui (Alessandria) nel 1918. Era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand'Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì nel '35 al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la "Pasionaria", a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Nel '36 fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell'Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave. Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Liberato nell'agosto del '43, nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. "Rubini". Proclamato "eroe nazionale" dal comando delle brigate "Garibaldi", nel dopoguerra venne decorato di medaglia d'oro al valor partigiano.
Nella motivazione della Medaglia d'oro al valor militare concessa a "Visone" (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l'altro "Ferito ad una gamba in un'audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito.In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume.". Dal 1951 al 1964 ha rappresentato il PCI nel Consiglio comunale di Milano.
Giovanni Pesce è, dalla costituzione dell'A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi "Un garibaldino in Spagna" del 1955 e "Senza tregua - La guerra dei G.A.P." del 1967.
 

30/06/2007 [ASTI ANTIFASCISTA] Presidio contro Forza Nuova

Antifascismo
Non e' certo passata innoservata l'inagurazione della sede astigiana di "Forza Nuova" che sabato ha aperto un punto di ritrovo di Via Giobert. All'appuntamento si sono presentati alcuni simpatizzanti del movimento di estrema destra e di ispirazione neofascista, che attendevano l'arrivo del segretario nazionale Roberto Fiore, ma erano presaenti anche numerosi giovani della sinistra giovanile e dei Centri Sociali, pronti a manifestare contro l'apertura della sede astigiana che considerano <<un affronto alla tradizione partigiana delle nostre terre>>. Il gruppo dei contestatori era ben nutrito e con loro erano presenti alcuni volti storici della sinistra locale. Presente anche nutrite compagnie delle Forze dell'Ordine che temevano, come poi e' successo, alcuni diverbi tra i due schieramenti avversi. Poco prima delle 11 i ragazzi della sinistra hanno iniziato a intonare <<Bella Ciao>> e altre canzoni che non nascondevano il loro sdegno per quanto stava avvenendo. Da Forza Nuova sono arrivati fischi e boati che hanno poi surriscaldato gli animi di alcuni presenti, passati poi alle vie di fatto con sputi e spintoni finche' le Forze dell'Ordine non sono state costrette a dividere le due fazioni al primo cenno di rissa. Subito i poliziotti si sono schierati in assetto anti-sommossa ma la situazione e' rimasta contenuta fino a quando non si e' vista arrivare l'auto di Roberto Fiore, giunto per presenziare l'inagurazione. Il politico non ha potuto che fare due passi in direzione della sede prima di essere bersagliato da insulti, cori e prima di finire sotto una pioggia di uova marce che l'hanno colpito piu' volte al petto e viso. Fiore, accolto a suon di "Fascista", e' stato circondato dagli agenti e dalle sue guardie del corpo e costretto a ripararsi nella sede dopo uno scontro verbale con i giovani di sinistra. Durante il lancio delle uova e' volato anche un tergicristallo strappato da un auto in sosta ma alla fine la situazione si e' stabilizzata. Alle 12 i manifestanti hanno lasciato la sede di Forza Nuova e si sono spostati verso il centro.
Fasci   
LETTERA INVIATA DAI COLLETTIVI ANTIFASCISTI AL SINDACO DI ASTI
Al Sindaco di Asti

Al Comitato Unitario Antifascista del Comune e della Provincia di Asti

Siamo un gruppo di cittadini, associazioni, realtà politiche antifasciste e associazioni che si ispirano alla Dichiarazione dei Diritti dell'uomo.

Siamo fortemente preoccupati della presenza in città di gruppi di ispirazioni neofasciste, in particolare della presenza ad Asti del movimento "Forza Nuova".

Facciamo notare che nelle istanze sostenute da Forza Nuova vi sono chiari richiami xenofobi e di divisione sociale , la presenza di Forza Nuova è ancor più preoccupante per le garanzie di libertà di parola degli altri movimenti.

E’ noto che Forza Nuova ha come fondatori e finanziatori due nomi già conosciuti per vicende penali della destra radicale: Roberto Fiore (ex-Terza Posizione, condannato per associazione sovversiva e banda armata) e Massimo Morsello (ex-NAR, anch'egli condannato per associazione sovversiva e banda armata), latitanti in Inghilterra dopo la strage di Bologna del 1980 e rientrati entrambi in Italia quando i reati caddero in prescrizione. Sono molte le città dove loro militanti si sono resi protagonisti di aggressioni, a proposito di sicurezza. Inoltre sono pervenute attraverso il sito di Forza Nuova, minacce a esponenti politici, inoltre nei siti di Forza Nuova non sono affatto velati i richiami al fascismo.

Forza Nuova ha aperto ad Asti un mese fa la propria sede a pochi metri dalla piazza dedicata a una delle vittime della Strage di Bologna.

Facciamo notare inoltre che ogni anno nella nostra città avviene e negli ultimi anni è stata ostacolata, una deposizione di fiori in Piazza Campo del Palio proprio in concomitanza con le Celebrazioni del 25 Aprile della Festa della Liberazione.
Tale deposizione avviene nel posto dove vennero eseguite le condanne a morte di cinque responsabili di omicidio aggravato, spionaggio, aiuto al nemico e saccheggio.
La cultura della giustizia oggi è cambiata, grazie al costume democratico, per cui siamo contrari alla pena di morte, ma all’epoca furono legalmente condannati a morte dal Tribunale Speciale di Asti. Il gruppo che depone i fiori è costituito da militanti dei partiti dell'estrema destra - non parenti delle vittime – per cui si deve dire che il gesto è puramente una provocazione verso chi lotto per un Italia libera e democratica.

I morti si possono piangere sulle loro tombe e non come gesto di onore politico, quando la loro condotta non fu un esempio per le future generazioni chiediamo formalmente al sindaco di porre fine a questa provocazione e che dal prossimo anno il 25 aprile la manifestazione ufficiale venga fatta partire da Piazza Campo del Palio, per non lasciare soli in questa lotta i giovani antifascisti impegnati a contrastarla.
"SIAMO TUTTI UGUALI DAVANTI ALLA MORTE NON DAVANTI ALLA STORIA".
Crediamo che questo gesto scelto come provocazione debba essere impedito dalle Istituzioni. Asti, decorata con l’intera Provincia come città della resistenza, ha contribuito alla nascita della Repubblica e della Costituzione, grazie alla ribellione popolare contro la dittatura fascista e non si capisce come sia concesso a organizzazioni autoritarie di riaprire con affermazioni e slogan infondati una fase drammatica della storia artigiana e italiana che deve essere considerata conclusa proprio grazie alla proclamazione della Costituzione repubblicana.
Come movimenti antifascisti cittadini che si ispirano alla nonviolenza, crediamo che la presenza di tali gruppi potrebbe essere di pericolo per l’attuale pacifica convivenza democratica, impedendo che si vengano a creare tensioni opportunamente evitabili.
Riteniamo che sia dovere primario del Comune promuovere con strutture appositamente previste la cultura del reciproco ascolto, del dialogo rispettoso, della gestione nonviolenta dei conflitti, della pace come frutto della giustizia sociale nel rispetto dei diritti umani; di coordinare perciò iniziative culturali di ricerca, di informazione e documentazione, di formazione del cittadino, che tendano concretamente a costruire localmente. grazie all’apporto di tutti, una terra di pace.
Signor Sindaco, chiediamo che sia convocato in questa ottica e in questo spirito il Comitato Unitario Antifascista di cui lei è Presidente, rimarcando che il ruolo delle Istituzioni previste dalla nostra Costituzione si fonda sull'antifascismo per il fatto stesso che si fonda sul confronto democratico..

Le ricordiamo anche l’importanza di rendere pubblico l’incontro in modo da permettere alla cittadinanza di partecipare.